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Pervasive, immediate, trasversali come utilizzo in tutte le fasce anagrafiche: anche in Italia si impongono le piattaforme di instant messaging. E costringono utenti e brand a rivedere relazioni e processi di acquisto. Perché tutto passa per le nuove tribù
16/07/2017 diGiampaolo Colletti NOVA – SOLE24ORE

Sempre più ristretta, rinchiusa di fatto in stanze virtuali a numero chiuso, circoscritta ad un numero esiguo di contatti. La sorpresa di questo 2017 sta in una comunicazione sincrona che vive un’esplosione sulle piattaforme di instant messagging, rimbalzando in chat condivise da gruppi ristretti di utenti. Oggi di fatto su WhatsApp, Facebook Messenger, Skype, Telegram o Viber si dialoga con uno o più utenti, ci si scambiano informazioni testuali o multimediali, ci si confronta, si fanno persino acquisti (e lo si faranno sempre di più in futuro). «L’uso delle applicazioni di messaggistica istantanea è diventato una consuetudine per gli italiani. Le chat moderne hanno sostituito gli sms, poveri di funzioni, aggiungendo al testo immagini, video, audio ed emoticon», precisa Vincenzo Cosenza, esperto di strategie sui social media.
Di fatto si tratta di una comunicazione che riscrive le regole del confronto all’interno di queste chat pervasive, immediate, trasversali come utilizzo in tutte le fasce anagrafiche. Piattaforme che costringono utenti e brand a rivedere relazioni e processi di acquisto. Perché tutto passa per queste nuove conversazioni istantanee. «Dai colossi social l’instant messagging ha mutuato il linguaggio, lo stile, l’utilizzo degli emoticon, ma ci ha aggiunto la possibilità di condividere con un gruppo ristretto», precisa Cosenza, che ha pubblicato pochi giorni fa su Vincos.it una ricerca dedicata alla crescita e all’impatto dell’instant messagging in Italia, rielaborando dati da più fonti.
Meno siamo e meglio stiamo, si potrebbe dire parafrasando una nota trasmissione di Renzo Arbore di una decina di anni fa. Perché se da un lato crescono le formule di social storytelling anche per gli utenti – dalla camera company Snapchat sono state mutuate le Stories – dall’altra cresce la comunicazione via chat più intima, più personale, più immediata, meno condivisa su piazze virtuali ormai troppo allargate. E poi c’è l’elemento di alfabetizzazione digitale per le generazione dei silver user, ovvero gli utenti dai capelli d’argento, la fascia anagrafica più matura. «La rete sta invecchiando e alcuni di questi nuovi servizi rendono più semplice l’accessibilità a persone che non avrebbero utilizzato la tecnologia. Di fatto la curva di apprendimento di WhatsApp è bassa e quindi queste chat tendono ad includere più che ad escludere», precisa Cosenza.

La messaggistica di casa Zuckerberg  Leggi Tutto

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Maura Manca, SKUOLA.NET http://www.skuola.net/news/blog/

Quella persona diventa il centro dei nostri pensieri e a volte anche gli amici vengono messi erroneamente in secondo piano.

Queste esperienze possono essere molto belle e piacevoli, l’attenzione dell’altro ci fa sentire importanti, e le sorprese, i messaggi e le telefonate ci fanno credere di essere fortemente amati, però dobbiamo fare un pochino di attenzione perché non è sempre così.
Si scambia spesso la gelosia con l’amore, si arriva a pensare“è geloso perché ci tiene a me”; si, è vero, un po’ di gelosia fa sempre piacere, però ci sono dei limiti, ed è importante non confondere mai la gelosia con la possessività.

All’inizio della relazione sembra tutto bello, però a volte può anche accadere che col tempo le attenzioni dell’altro diventino eccessive e inizino ad esserci pretese, litigate e a volte anche minacce. In questi casi, si rischia che la fiducia venga meno e aumentano ad esempio i sospetti e il controllo, come per esempio: “Dov’eri?”, Cosa stavi facendo?”, “Non ci credo” “Perché non hai risposto?”, Dimostramelo”.

Per questa ragione non si devono mai sottovalutare certi atteggiamenti e comportamenti dell’altro perché si rischia di perdere la libertà, di non essere più liberi di uscire con chi si vuole e quando si vuole, di vestirsi come ci dice la testa e di trovarsi a dover rendere conto anche di quello che si fa sui social network.

Come fare a capire quando non si tratta di amore?

 

Ecco quali sono i 9 campanelli d’allarme:

1. Ti controlla. Ti chiede di controllare lo smartphone, le chiamate e le chat, dicendoti frasi del tipo “Se non hai niente da nascondere perché non posso vedere?”. Vuole conoscere la password per accedere al telefono e ai social network, controlla il profilo e il tuo orario di entrata su WhatsApp.

2. Fa richieste specifiche. Ti chiede di inviargli la localizzazione per essere certo/a di dove ti trovi, oppure di inviargli una foto per assicurarsi di sapere con chi sei, dove sei e come ti sei vestita/o.

3. Ti mette dei divieti. Ti proibisce di uscire da sola o solo con gli amici o comunque si ingelosisce e si arrabbia quando non rispondi subito al telefono quando non sei con lui o con lei. È geloso dei tuoi amici e del rapporto che hai con loro. Vuole sempre sapere cosa vi dite e cosa fate, soprattutto se sono dell’altro sesso.

4. Ti accusa. Si irrita e si arrabbia se determinati amici o conoscenti mettono “mi piace” ai tuoi post e se chatti o ti scambi commenti con qualcuno. Anche tu hai dei vincoli in questo senso: se metti like o commenti i post di amici o amiche, scatta spesso la lite. Controllando tutto quello che fai, i profili e le chat, ti accusa facilmente anche di cose non vere, associa alcuni fatti, spesso inesistenti, e non si fida delle tue parole.

5. Non si fida. Ripete spesso “Non ci credo”, “Mi stai mentendo”, alludendo al fatto che tu non gli risponda sinceramente. Infatti, se ribatti alle sue accuse e convinzioni, si irrita facilmente, perché vuole avere ragione ed è convinto/a che tu abbia torto.

6. Sta sempre con te. Può succedere che, con la scusa della sorpresa, ti raggiunga quando esci con i tuoi amici, che ti accompagni dappertutto o che lo/la incontri per caso, ti fa credere di farlo per amore, per farti una improvvisata, mentre in realtà è insicurezza e mania di controllo.

7. Litigate molto spesso, anche con urla o insulti. Quando si arrabbia, arriva agli insulti e alle offese, ti fa sentire in colpa. Può arrivare ad aggredirti, anche fisicamente, e a minacciarti di voler interrompere la relazione “Se mi ami, devi darmi la password”, “Se non fai quello che ti dico, ti lascio”, “Sei tu che ti comporti male, e mi fai essere geloso”.

8. Minaccia di suicidarsi se lo lasci o la lasci. Questa è una delle peggiori minacce che si possano fare. Ci si trova incastrati nella relazione e non ci si sente più liberi di prendere una decisione perché si ha paura che l’altro possa suicidarsi per colpa nostra. Non è così, è solo un modo per tenerci stretto a lui o a lei e nessuno ha il diritto di costringerci a stare con una persona con cui non vogliamo più stare.

9. Si giustifica sempre. Ha scatti d’ira e reazioni impulsive e violente rivolte verso te o verso oggetti che ti spaventano, seguiti sempre dalle sue scuse, una volta passata la rabbia. Ti capita di avere paura di lui o di lei in queste situazioni in cui sembra perdere il controllo.

5 utili mosse per non rimare incastrato in una relazione soffocante

1. FAI ATTENZIONE AI PRIMI SEGNALI. Cerca sempre di cogliere, sin dall’inizio, alcuni atteggiamenti legati al possesso, al sospetto e al controllo, che possono portare spesso anche a litigare e a discutere. Quando ci si innamora, ci si lega intensamente all’altra persona e si può in certi casi perdere di vista la realtà delle cose e non pensare che l’altro possa arrivare a tanto. È importante mettere sempre al primo posto la fiducia e il rispetto di sé, solo così si può vivere con serenità una relazione d’amore.
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Negli ultimi anni si stanno diffondendo sempre di più, soprattutto tra i giovani, ma in realtà i messaggi vocali sono i selfie della comunicazione, disfunzionali, ridicoli e arroganti

Secondo le ultime statistiche, aggiornate a marzo 2017, soltanto tramite Whatsapp, ogni giorno ci scambiamo oltre 200 milioni di messaggi vocali. Si tratta di una cifra ancora relativamente bassa rispetto alla massa immensa di comunicazioni che ci scambiamo ogni giorno attraverso l’ampia rosa di social che usiamo quotidianamente, eppure sta prendendo sempre più spazio, entrando nelle abitudini soprattutto dei più giovani.

Ma il medium non è neutro, e anche senza scomodare McLuhan, è ormai chiaro a tutti che, prima ancora del contenuto di quello che comunichiamo, è il tramite che scegliamo per farlo a dare la prima spolverata di senso e di significato ai nostri messaggi. Banalmente, se per farti gli auguri ti scrivo un messaggio sulla tua bacheca pubblica di Facebook o, piuttosto, scelgo di chiamarti a casa per farteli a voce di persona, le cose cambiano. Tra tutti i modi che possiamo scegliere oggi per comunicarci le cose, di certo quello del messaggio vocale, che sia su Messenger, su Whatsapp o su qualsiasi altro strumento di instant messaging, è il metodo peggiore.

Scegliere di mandare un messaggi vocale al posto di un messaggio scritto, magari di una mail, è un gesto arrogante e aggressivo, ma è anche disfunzionale, egocentrico e in fondo pericoloso. Perché? Prima di tutto perché scegliere di mandare un messaggio vocale piuttosto che uno scritto presuppone che il mittente non ritenga il destinatario degno del suo tempo, quanto meno non di tre minuti per scrivere un messaggio, al limite i pochi secondi che servono per registrarlo.

Ancora peggio, poi: la scelta di registrare la propria voce e di spedirla presuppone l’arroganza di non accettare il dialogo e quindi, in fondo, di non volersi mettere allo stesso livello con il proprio interlocutore, che infatti è degno — nella testa di chi si registra — soltanto di ascoltare e poi, se vuole, di rispondere, trasformando una chiacchierata in una partita a tennis noiosissima, di quelle tra pallettari che si rimbalzano colpo su colpo da fondo campo in una galassia di grida disumane di sforzo.

La radice delle cose spiega molto sulle cose stesse. E la radice dei messaggi vocali non è il telefono, è il walkie talkie. In questa sua origine militare sta gran parte dell’inghippo. Perché i walkie talkie non sono nati per comunicare, sono nati per impartire ordini, o per richiederli. Sono nati per far obbedire degli individui subalterni a un individuo dominante, non per comunicare tra pari.

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Le Iene hanno ammesso che i loro video dei suicidi per “Blue Whale” erano falsi


http://www.ilpost.it/2017/06/08/video-iene-blue-whale/
In un’intervista data a Selvaggia Lucarelli sul Fatto Quotidiano, l’inviato delle Iene Matteo Viviani ha ammesso di aver inserito dei video falsi nel servizio in cui ha raccontato “Blue Whale”, il misterioso fenomeno di internet nato in Russia che secondo qualcuno avrebbe spinto diversi adolescenti al suicidio ma sulla cui fondatezza circolano molte perplessità. L’ammissione di Viviani è arrivata dopo un video della pagina Facebook “Alici come prima”, che ha scoperto che alcuni dei video che mostravano suicidi di adolescenti mostrati dalle Iene erano diversi da come erano stati presentati. Viviani, infatti, introduceva i video dicendo che mostravano ragazzi buttarsi giù dai palazzi per via di Blue Whale, che dovrebbe consistere in una serie di prove della durata di 50 giorni che comprendono automutilazione e privazione del sonno, e che si dovrebbero concludere con il suicidio di chi la sta facendo.

Il video di Alici mostra però che i filmati presentati – che sono molto forti e disturbanti – in certi casi non possono essere collegati a Blue Whale: uno per esempio è stato girato in Cina (mentre Viviani diceva che erano tutti stati girati in Russia), un altro risale al 2010, prima che il presunto fenomeno cominciasse, e un altro ancora ha molti elementi che fanno pensare si tratti di un falso. Viviani ha spiegato a Lucarelli di aver ricevuto i video da una tv russa su una chiavetta USB, aggiungendo: «Ammetto la leggerezza nel non aver fatto tutte le verifiche». Ha però difeso la scelta di diffonderli, dicendo che «erano comunque esplicativi di quello di cui parlava il servizio». Alla domanda di Lucarelli sul perché includere dei video falsi, Viviani ha risposto: «Era solo il punto di partenza, cambiava qualcosa se mettevo un voice over [cioè una voce fuori campo] di 4 secondi in cui dicevo che quei video non erano collegati al Blue Whale?».

Viviani ha poi sostenuto che il servizio delle Iene abbia aiutato a sensibilizzare su Blue Whale, anche se apparentemente il dibattito sul tema è cominciato soltanto il giorno dopo la messa in onda dei video: secondo Viviani invece molti adolescenti conoscevano già la storia prima. Nel servizio delle Iene si citava anche un adolescente di Livorno che secondo le Iene si era suicidato lo scorso marzo per Blue Whale: Lucarelli ha fatto notare che non fu quello il motivo, ma Viviani dice che le Iene avevano specificato che quella era la versione di un suo amico. Il servizio delle Iene raccontava il fenomeno con toni sensazionalistici, un comportamento sconsigliato ai media quando si parla di suicidi tra gli adolescenti: Viviani si è difeso dicendo che «Le Iene hanno questo tipo di narrazione», e che «cercare le debolezze nel servizio o certi titoli tipo “Le Iene incastrate nella loro falsità dal web” abbassano l’allerta su questo fenomeno». Le Iene hanno scritto un post su Facebook in cui confermano che i filmati del servizio non riguardavano Blue Whale, continuando però a sostenere che il fenomeno esiste e che loro hanno contribuito a sensibilizzare sul tema.

Finora non sono stati provati collegamenti diretti tra nessun suicidio e Blue Whale, e fin dall’inizio è stato difficile capire se si trattasse di una leggenda di internet o di un fenomeno reale. Il sito Valigia Blu, che propende per la prima ipotesi, ha recentemente raccolto i dubbi e le smentite sugli articoli russi che ne hanno parlato per primi, e ha ricostruito com’è stato raccontato il fenomeno sui giornali italiani, quasi sempre con toni allarmistici e senza molte verifiche, rendendo la questione ancora più confusa.

In generale, internet non è il posto migliore in cui una persona e soprattutto un adolescente che soffra di depressione o pensi al suicidio possa trovare sostegno. In Italia il modo migliore per un adolescente per parlare velocemente con qualcuno che possa essere d’aiuto è rivolgersi ai servizi specializzati, per esempio telefonando o scrivendo in chat al Telefono Azzurro, o visitando i siti youngle e Generazioni connesse.

In alternativa si può contattare un centro di salute mentale, un pediatra, uno psicoterapeuta, anche rivolgendosi direttamente a un ospedale. Apple, Windows e Android offrono poi agli adulti delle semplici funzioni per attivare dei filtri per minori sui propri dispositivi e software, per evitare che bambini e adolescenti visitino siti con materiale pericoloso.

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Rovazzi a scuola inviato delle «Iene» «Le foto a rischio? Attenti, i social generano mostri»

Corriere della Sera Di Andrea Laffranchi

Per un selfie estremo si può anche perdere la vita. La popstar Fabio Rovazzi, inviato delle Iene nelle scuole, racconta al Corriere come un gioco può diventare tragedia.

Esercizi di ginnastica su un cornicione non protetto a 250 metri d’altezza. Abbracci romantici sulla punta di una gru sospesa nel vuoto. Video fatti sulle rotaie fuggendo un attimo prima che il treno passi. Basta digitare «extreme selfies» o «Daredevil (come il supereroe) selfies» su YouTube per finire in un mondo di follia. Per una manciata di «like» qualcuno ha perso la vita. Altro che invincibili.

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