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BOYHOOD Un film lungo 12 anni

Si sono incontrati ogni anno, per dodici anni. Per lavorare a un film impossibile da pensare, difficile da realizzare, incredibile da scoprire. Poche settimane ogni anno, un appuntamento non fisso, ma concordato. A prescindere da (e organizzato in maniera da conciliarsi con) ogni altro impegno lavorativo di Ethan Hawke e Patricia Arquette per riuscire a portare avanti un progetto che Richard Linklater ha iniziato nell’ormai lontano 2002, prima di School of Rock (2003), di Before Sunset – Prima del tramonto (2004), del geniale A Scanner Darkly – Un oscuro scrutare (2006) e dell’ultimo Before Midnight (2013).Dodici anni passati ad osservare la crescita del giovanissimo Ellar Coltrane – classe 1994 e gia’ altri quattro film al suo attivo, compreso Fast Food Nation del 2006 per lo stesso Linklater – e il suo sviluppo. Un tempo lunghissimo, inimmaginabile per un film, nel quale i quattro protagonisti (c’e’ anche la figlia del regista nel ruolo della sorella maggiore del ragazzo) hanno creato una vera e propria famiglia. Oltre le loro stesse famiglie, oltre le loro vite reali, oltre le nascite e gli eventi che le hanno arricchite…

Ma nella storia di queste quattro persone c’e’ tanto, c’e’ tutto. C’e’ piu’ di una sceneggiatura, che strutturi il geniale soggetto originario. E c’e’ molto piu’ di una drammatizzazione come quelle cui siamo abituati dal cinema. Banale e retorico dirlo – permetteteci la scivolata – ma c’e’ la vita. Parafrasando Eraclito (ma anche Platone o Borges), nessun film potra’ mai rendere in maniera tanto realistica la sensazione di rappresentare un personaggio mai uguale a se stesso, di raccontarne la storia in effettivo divenire. Un pregio e un privilegio del quale Linklater decide di approfittare completamente. Anche nel suo non concentrarsi troppo sulle connessioni di Mason, Samantha, Mason Sr. & Olivia con la Storia (con la lettera maiuscola) e con la societa’ che li circonda e nella quale si muovono.

I cambiamenti politici e culturali, al pari dei piccoli e grandi accadimenti quotidiani che siamo abituati a non considerare, sono solo sponde sulle quali gli interpreti di Boyhood rimbalzano. E che forniscono a noi interessanti inneschi per continuare a completare l’immagine che di loro si va costruendo. Anche e soprattutto nelle ellissi. Un padre giovane e impreparato, ma pieno di amore e di riconoscenza, una madre sola e provata, delusa nella sua ricerca d’aiuto e costantemente in bilico tra liberta’ e perdita del proprio ruolo, e gli eroi della ‘giovinezza’ del titolo. Una eta’ lunga che questo film ci mostra nell’unica maniera in cui si puo’ rendere un periodo tanto delicato e complesso: osservandolo. Nel suo fluire.

Come noto, Linklater aveva gia’ giocato con lo scorrere del tempo nella sua ‘Before Trilogy’, ma in quel caso il tempo della vita si interrompeva per lasciare spazio al tempo cinematografico in una sorta di accordo. Qui, invece, a parte i ‘patti’ imposti dalla fase di montaggio e per quanto cio’ che accade a Ellar/Mason sia stabilito da uno script (piu’ o meno), tutto e’ ugualmente sullo sfondo delle esperienze dei protagonisti, esperienze importanti nella misura in cui ne determinano crescita e definizione. Educazione sessuale, bullismo, violenza, sesso, rapporti, delusioni, musica, diplomazia, fede, armi, fotografia, giudizio, responsabilita’, senso, fiducia, supporto, impegno, obblighi, errori, speranza, prospettive… e i Beatles! Non a caso citati – prima di sentire ‘Band on the Run’ del solo McCartney in sottofondo – come quartetto nel quale non PUO’ essercene uno preferito (“a parte Paul”).

Tutto in nome dell’equilibrio. Un equilibrio che nella vita si finisce sempre per raggiungere, in un modo o nell’altro. Come nel film. Un film che non siamo preparati a vedere. Che tendiamo ad approcciare con gli strumenti abituali; pronti ad aspettarci una svolta, un accadimento, un dramma dopo un campo lungo o un contrappunto musicale. Ma la vita non funziona cosi’, non serve romanzarla, o sottolinearne didascalicamente gli snodi. Non serve nemmeno approfondirne i temi, quelli che tutti conosciamo ed esperiamo. Temi che emergono con naturalezza, da finestre che non vengono rese centri narrativi, ma solo elementi di uno sviluppo non continuato, con il quale sara’ particolarmente facile empatizzare e immedesimarsi.

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