I nativi digitali e il rapporto con i social network.

Le divergenze generazionali sono una realtà da sempre: fin dal tempo dei romani, o dei greci o prima ancora degli egizi, le generazioni adiacenti sono sempre state in disaccordo pressoché su tutto viste le profonde divisioni e i cambiamenti che ogni generazione porta rispetto a quella successiva.
I motivi sono piuttosto semplici anche se sempre al centro del dibattito: le nuove generazioni si divertono in modo diverso dalle precedenti e le precedenti non capiscono i nuovi svaghi, le nuove generazioni comunicano in modo che le vecchie non capiscono, le vecchie generazioni hanno fatto sacrifici che le nuove non capiscono e così via.
Al centro di tutto, come vedete, c’è l’incomprensione: le vecchie generazioni non capiscono le nuove e viceversa.

Bene, se diamo per scontato questo, che possiamo considerare un assioma antropologico, dobbiamo allora riflettere sull’importanza che avrebbe, e che in definitiva ha, capire i giovani per riuscire a capire la direzione che ha preso il mondo.
Se c’è una cosa della quale sono certo è che i giovani di oggi saranno i genitori di domani e i nonni di dopodomani e che, a loro volta, non capiranno i loro figli. Anche questo è un assioma.
Se tutto questo è vero che cosa dobbiamo fare e chi deve fare cosa? Non è possibile pensare che i ragazzi vadano incontro alle necessità e alle perplessità di chi ragazzo non è più, quindi quello che dobbiamo capire è che siamo noi a dover andare verso di loro. Questo è fondamentale: chi deve fare il primo passo, avvicinarsi e capire è la generazione più vecchia, non quella più giovane.
E come? Parlando, chiedendo. Comunicando.

I giovani di oggi vivono in un mondo del tutto staccato, “alienato” se vogliamo usare un termine forte, in riferimento al mondo degli adulti, e questo perché le nuove tecnologie corrono talmente in fretta da aumentare l’abisso generazionale oltre misura, come non è mai successo prima.
L’abisso si allarga in maniera esponenziale e sta a noi colmarlo.

I 5 punti seguenti, emersi dai trend raccolti dall’Osservatorio Digitale STEVE, sono qualcosa di straordinario e lo sono per un motivo che potrebbe sembrare banale: danno una visione lucida, completa e del tutto nuova di come i giovani vivono la quotidianità.
Da queste ricerche escono delle realtà che io che lavoro in ambito Web e social, io che sono a contatto con centinaia di persone ogni giorno, non potevo nemmeno immaginare esistessero.
Andiamo per ordine e cerchiamo di farlo senza dare giudizi morali su cosa è giusto o sbagliato. Facciamolo con la “leggerezza” dell’analisi. Capiamo senza giudicare.

Meglio la chat.
Parlarsi non va più di moda.

Questa è forse la cosa più inquietante che si potesse leggere. Poi ok, ripeto, niente giudizi morali, ma un velo di preoccupazione viene fuori da una constatazione del genere.

Perché i giovani chattano anche se sono insieme? Perché preferiscono chattare piuttosto che parlare?
Io parto dal presupposto che se dei ragazzi si trovano insieme parlino, ne sono convinto: nel bar qua sotto parlano (vicino al mio ufficio ho una scuola superiore, so di che parlo) non chattano, così come nella pizzeria e nella piadineria qua vicino. Allo stesso modo è verissimo che capita sempre più spesso di vedere ragazzi che stanno insieme in autobus o su una panchina che non si parlano ma usano il cellulare.
Se questo è vero, ed è vero, noi adulti crediamo di essere diversi?
Scrivo nel mio libro Rischi e opportunità del Web 3.0: FOMO è un acronimo che significa Fear of Missing Out ovvero la paura di lasciarsi sfuggire qualcosa (mentre si è disconnessi).
La giornalista inglese Frances Booth analizza una delle epidemie del nuovo millennio, che porta appunto all’iperconnessione e all’alienazione. Secondo Booth ci facciamo interrompere da notifiche varie almeno 4 volta l’ora e in circa il 40% dei casi non riusciamo a riprendere quello che stavamo facendo.
Controlliamo la messaggistica del telefono circa una volta ogni 15 minuti (i giovani anche ogni 6 minuti) e passiamo connessi alla Grande Madre Rete 10 ore e 45 minuti al giorno (considerando anche ovviamente gli smartphone) e soffriamo di grande irritazione in caso di mancata connettività.
Quasi il 60% dei giovani soffre appunto di FOMO, se non una patologia certamente un disagio, che porta i giovani (ma non solo loro) a sentirsi esclusi da qualcosa se non sono online. Un disagio che è sempre esistito (la paura dell’esclusione è antica quanto l’uomo) ma che con i nuovi media si è amplificato a dismisura ed è entrato nella quotidianità.
Pensate solo che, per fare un esempio, nel 2011 oltre 1000 americani sono andati al pronto soccorso dopo avere avuto un incidente causato dall’uso di un dispositivo elettronico mentre camminavano.
Attenzione, non c’è scritto che 1000 teenager americani hanno sbattuto contro dei pali, ma persone di ogni età.
Il punto è che ci piace guardare i ragazzi ed indicarli ma quante coppie mature vediamo al ristorante senza scambiarsi una parola?
Il FOMO prende tutto, perché la tecnologia semplifica la comunicazione: la chat non implica una risposta immediata, non implica l’impegno della gestualità e del rapporto diretto; è più facile, più leggera e piace a tutti.
Quindi forse sì, i ragazzi parlano moltissimo via chat e meno di viso, ma è una tendenza che riguarda tutti quanti e alla quale faremo fatica a scampare: se saremo in grado di non diventare dipendenti dalla parola scritta, allora avremo semplicemente amplificato le nostre capacità di comunicare.

Troppo prezioso per essere spammato.
Il mio profilo è il mio tempio.

Questa è invece una cosa che mi da grande sicurezza e gioia.
Faccio spesso lezioni in giro per l’Italia, a vari livelli di interazione e di strutture, passando dalle università alle scuole superiori. Nei ragazzini mi ha sempre spaventato da morire la possibilità che non si rendessero conto dei rischi immani che si presentano dietro ai social, e non parlo di orchi o di pedofilia, ma proprio di problemi legati alla propria identità online.
Il vedere profili di ragazzini invasi di feste luculliane con gente che vomita dopo avere bevuto troppo, non è una cosa che mi turba a livello morale ma mi turba a livello di immagine.
In queste lezioni mi ammazzo a dire che quello che facciamo online NON si cancella, che quello che scriviamo online ci rappresenta, che quello che mettiamo sui social è noi. Il mio social sono io.
Questo evidentemente i ragazzi lo hanno capito e, forse inconsciamente, hanno capito che possono usare i media sociali come un veicolo delle loro informazioni (che siano sconce, divertenti o pruriginose non ci interessa, siamo stati tutti ragazzi) ma che lo possono fare su diversi livelli di privacy.
Se mandi la foto in cui sei ubriaco a tuo cugino bene, se la pubblichi sulla tua bacheca no.
Se i giovani hanno capito questo allora abbiamo raggiunto un livello di consapevolezza che mi rende davvero felice.

Il presenzialismo delle notizie.
Se la vedi ovunque allora è vera.

Alcuni mesi fa è successo un fatto molto curioso: un ragazzo ha comprato del tonno alla COOP e, leggendo il codice di provenienza sulla scatoletta, ha detto che quel tonno veniva da Fukushima.
Apriti cielo. La cosa ha fatto il giro del mondo in pochissimo tempo, attraverso le condivisioni delle persone (non solo giovani) che pensavano che la cosa fosse vera senza avere minimamente pensato che potesse esserci un errore nella lettura dei codici, se non malafede.
In effetti, dopo una settimana il caso è rientrato, ma la frittata era fatta.
I ragazzi oggi ormai si informano solo online e se questo con il tempo decreterà la morte dei media tradizionali, come oggi li conosciamo, oggi implica una forte dose di attenzione da parte nostra su quello che accade in Rete. Se siete un’azienda non vi potete più permettere di NON ascoltare cosa si dice attorno a voi, proprio perché spesso le notizie divengono vere semplicemente perché pubblicate.

Lo smartphone ovunque.
Effetti collaterali di una moda

Beh, questo vale per tutti. Lo smarphone è di fatto un nostro prolungamento.
Non mi voglio fare i fatti vostri, voglio sapere se avete mai riflettuto su quali sono le prime cose che fate quando vi svegliate alla mattina. Prima della doccia. Prima di colazione.
Probabilmente e statisticamente molti di voi prima di tutto spengono la sveglia dello smartphone, oppure lo accendono e lo guardano subito dopo la sveglia.
Molti di voi, moltissimi di voi, quasi tutti non lo accendono nemmeno perchè non lo spengono mai.
Quello che continuiamo a chiamare cellulare, ma che in realtà sarebbe più corretto chiamare smartphone, è solo la punta dell’iceberg di quello quello che oggi è rappresentato dall’Internet mobile, ed è anche la parte più evidente e quella alla quale siamo più legati.
Lo smartphone siamo noi. I giovani ci sono ancora più legati in quanto nativi digitali ma ripeto, è una cosa nota ed evidente e trasversale. Se vi chiedessero preferisci perdere il cellulare o il portafoglio, sono certo che tutti direbbero il portafoglio. E la cosa la dice lunga…

Notti a ritmo di notifiche.
Se mi cercano devo rispondere!

L’iperconnessione porta al FOMO. Ecco la mia paura, ovvero la necessità quasi fisica di essere sempre reperibili ci rende simili a dei drogati.
Non è possibile pensare che noi si possa essere sempre raggiungibili, perché non è naturale, e in quanto non naturale è dannoso.
Dobbiamo iniziare a prenderci i nostri spazi per stare da soli, ma da soli veramente, e dobbiamo insegnare ai ragazzi che siamo individui che necessitano anche di vivere il qui e ora e che, di conseguenza, necessitano anche di staccare la connessione.
Il sonno è e deve rimanere sacro, non interrotto, non turbato. Questa è una questione di educazione che dobbiamo inculcare nei nostri ragazzi con una altissima priorità.
Molto di quello che accadrà nei prossimi anni dipende da noi, dipende da quello che siamo e da quello che trasmetteremo ai giovani. La consapevolezza di un mondo che cambia è necessaria per cambiare con esso, senza rimanere indietro inconsapevoli e stupidi, come un rimorchio attaccato alla motrice.
Rudy Bandiera, Steve Project
http://www.steve-project.com/tr-social.php

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