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NEW YORK – Twitter è diventato uno sfogatoio delle peggiori pulsioni umane, o subumane: aggressioni, insulti, molestie. Non lo dice una celebrity offesa da qualche fan petulante, né un tecnofobo allergico ai social media. È un’autocritica che viene dallo stesso chief executive di Twitter. La società di San Francisco è preoccupata, il suo successo è a rischio. Insolenza e volgarità gratuite stanno cominciando ad avere un costo reale. Cresce il flusso di utenti in fuga dai tweet (letteralmente “cinguettii”) offensivi, di ex-aficionados che abbandonano il social network per vivere più sereni. L’ammissione del top manager, Dick Costolo, doveva circolare solo all’interno dell’azienda. Ma qualcuno l’ha passata a The Verge , un sito specializzato nell’informazione su media e tecnologie.
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Nel testo indirizzato ai dipendenti, il numero uno di Twitter scrive: “Non è un segreto, e il resto del mondo ne sta parlando quotidianamente. Stiamo perdendo uno dopo l’altro molti utenti affezionati, utenti della prima ora, perché siamo stati incapaci di affrontare gli insulti e i troll che li perseguitano”. Il troll, che all’origine era un mostriciattolo maligno nelle leggende scandinave, è un termine ormai consueto nel gergo di Internet. Così lo definisce Wikipedia: “Un troll è una persona che semina discordia sulla Rete, litiga, offende gli altri, lancia messaggi fuori tema, ostili, con l’intento deliberato di disturbare la discussione e provocare reazioni emotive”.
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Federico Rampini, La Repubblica

NEW YORK . La colpa o il merito, all’origine, potrebbe essere del nostro Cesare Lombroso. Il pioniere dell’antropologia criminale, era convinto che la fisionomia umana andasse studiata, scomposta, catalogata per stabilire dei legami scientifici tra volto e psiche. Anche se le teorie lombrosiane sono state abbandonate, dal suo impulso iniziale nacquero altre discipline che applicavano la psicologia allo studio delle nostre espressioni. Nell’èra digitale, quegli studi aprono conseguenze inaspettate: il software che decifra le emozioni. Una nuova frontiera della tecnologia, dalle ricadute molteplici: nel marketing, ma non solo. Se il nostro volto diventa “trasparente”, come un libro aperto; se ogni mossa dei nostri muscoli facciali si presta ad essere interpretata da una webcamera, da un computer, da uno smartphone, l’intelligenza artificiale fa un balzo avanti inaudito.

Già nel luglio 2013 il New York Times rivelò una lista di big della distribuzione — vi figura anche l’italiano Benetton insieme a catene Usa come Nordstrom, Family Dollar, Warby Parker — che sperimentano queste nuove tecnologie. Tra le aziende hi-tech che forniscono la strumentazione per spiarci: la Euclid Analytics di Palo Alto nella Silicon Valley, la Cisco anch’essa californiana, la Nomi di New York o la Brickstream di Atlanta, ed anche società inglesi come la Realeyes, russe come Synqera. L’obiettivo è lo stesso: leggerci nel pensiero. Le videocamere, che sono un oggetto familiare nei negozi perché da tempo usate come anti-furto, stanno assumendo funzioni molto più complesse. Una società come Realeyes (“occhi veri”) installa nei negozi delle telecamere con funzioni di “facial recognition”. La tecnologia di ricognizione facciale studia le nostre reazioni e decompone le nostre emozioni, di fronte a ogni reparto, a ogni vetrina espositiva; queste informazioni vengono elaborate in tempo reale per lanciarci delle offerte su misura, ad personam .

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Tutti noi utilizziamo Whatsapp, la famosa applicazione di messaggistica istantanea, ma molti sono i segreti, i piccoli trucchi e le funzioni che, sebbene molto utili e semplici da applicare, non conosciamo. Eccone 12:
1. E’ possibile recuperare conversazioni che, or1-trucchi-whatsapp-01mai, credevamo perse, cercando la cartella WhatsApp nella Scheda SD del telefono: da qui, è sufficiente entrare nel database, selezionare il file msgstore.db.crypt per poi aprirlo con una qualsiasi app dedicata alla lettura e scrittura di testi…

2. Dropbox, il famoso dervizio cloud, permette di aggirare i limiti dei formati dei file: basta installarlo insieme a un’altra app, Cloudsend, per poter, così, inviare anche pdf o Excel ai nostri amici…

3. Non volete collegare il vostro numero di telefono a WhatsApp e non sapete come fare? Vi basterà scaricare un’app, Fake-a-Message su iPhone e Spoof Text Message su Android, per poi avviare la procedura d’installazione di WhatsApp con verifica tramite SMS (avendo, però, cura di mettere in modalità aereo il vostro smartphone) inserendo qui, non il numero, ma l’indirizzo email. Date l’Ok per avviare la procedura ma annullate subito l’operazione: in questo modo troverete un messaggio nella casella “In Uscita” della vostra mail. Inviatelo con l’app che avete scaricato in precedenza con il vostro indirizzo email per utilizzare quello come numero finto…

4. Per gestire più di un account con WhatsApp è sufficiente scaricare l’app Switch Me, per poi decidere, di volta in volta, quale utilizzare…

5. Per unire due foto in una, e inviarle nello stesso messaggio, scaricate l’app Android Magiapp tricks for Whatsapp (se usate iPhone scaricate Fhumbapp)…

….e gli altri? Li trovi qua http://mobile.excite.it/foto/trucchi-whatsapp-le-12-funzioni-che-ancora-non-conosci-P151557.html#/photo/4

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È uno dei dati più interessanti (e forse il più allarmante) emersi dal rapporto Steve, basato su domande a un campione di soggetti dai 17 ai 23 anni

No, a differenza di quanto si trova spiegato su innumerevoli siti web, il bukkake non è nato come rito di fertilità nelle cerimonie matrimoniali nell’antico Giappone. A inventarlo è stato il regista Kazuhiko Matsumoto nel 1998, semplicemente per aggirare la legge locale che vieta di mostrare i genitali perfino nei video pornografici. Ma sapete qual è la cosa più strana? Che abbiate capito di cosa stessi parlando.

Già: per ovvi motivi (organizzativi, come minimo) questa strana attività sessuale non viene praticata quasi da nessuno. È un po’ come lo squirting: la sua diffusione reale riguarda appena il 5% delle donne e pochissimi ne avevano sentito parlare prima dell’anno 2000 – eppure oggi è dato così per scontato che Ruggero de I Timidi può farne addirittura una parodia virale. Che sta succedendo alla nostra educazione sessuale?

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La risposta è ovvia. La diffusione di Internet ha rimosso in pochi anni tutte le barriere che per secoli avevano limitato l’accesso alla pornografia. Ancora trent’anni fa per vedere un filmato porno un po’ insolito bisognava essere in una grande città, scovare una delle pochissime videoteche specializzate, trovare il coraggio di entrare e pagare l’equivalente di 120 euro per comprare una VHS da nascondere poi in casa ben lontano da occhi indiscreti. Oggi basta uno smartphone: nessun imbarazzo, costo zero, accesso illimitato e immediato a ogni sorta di genere esotico – compresi appunto squirting e bukkake. Con una tale offerta, non c’è da stupirsi se a furia di curiosare fra i link l’utente medio ne sappia ormai più di tutti i più grandi libertini del passato messi insieme.

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Dalle sedute su Skype alle app per registrare i sogni. Una professione che accetta le sfide del web e si interroga sul rapporto che avrebbe Freud con Facebook. Foto del passato e confessioni sui social possono aiutare le terapie ma c’è il confine della privacy. E quando a twittare è il dottore? Violazione dell’etica professionale o opportunità per una diagnosi migliore?

di Cesare Buquicchio, Repubblica.it

INVIDIE, nevrosi, amori, rabbie, gioie, gelosie, sospetti, paure. Abbiamo imparato che questo, e molto altro, può suscitare una assidua frequentazione dei social network. È inevitabile, dunque, che anche una disciplina come la psicoanalisi si trovi a misurarsi ogni giorno con il web e con i suoi luoghi di socializzazione.

“Non sa quante volte, aprendo una pagina Facebook, ho avuto la tentazione di accettare i suggerimenti che mi indicavano i miei pazienti come possibili ‘amici’ da seguire”, confessa la dottoressa Jones De Luca, segretario della Società Psicoanalitica Italiana. “Mi sono sempre fermata per una questione etica, ma soprattutto metodologica. Il paziente deve essere sempre libero di decidere cosa racconta e mostra al suo analista. Decide consapevolmente o meno cosa occultare e cosa svelare e questo fa parte del gioco, è essenziale nella terapia ed è irrinunciabile per la sua libertà. Andare a vedere la pagina Facebook di un paziente sarebbe come ‘spiarlo’ per strada quando non pensa di essere visto, ascoltare le telefonate che fa con un amico, oppure farsi raccontare delle cose su di lui da qualcun altro”.  Leggi Tutto