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Dalle sedute su Skype alle app per registrare i sogni. Una professione che accetta le sfide del web e si interroga sul rapporto che avrebbe Freud con Facebook. Foto del passato e confessioni sui social possono aiutare le terapie ma c’è il confine della privacy. E quando a twittare è il dottore? Violazione dell’etica professionale o opportunità per una diagnosi migliore?

di Cesare Buquicchio, Repubblica.it

INVIDIE, nevrosi, amori, rabbie, gioie, gelosie, sospetti, paure. Abbiamo imparato che questo, e molto altro, può suscitare una assidua frequentazione dei social network. È inevitabile, dunque, che anche una disciplina come la psicoanalisi si trovi a misurarsi ogni giorno con il web e con i suoi luoghi di socializzazione.

“Non sa quante volte, aprendo una pagina Facebook, ho avuto la tentazione di accettare i suggerimenti che mi indicavano i miei pazienti come possibili ‘amici’ da seguire”, confessa la dottoressa Jones De Luca, segretario della Società Psicoanalitica Italiana. “Mi sono sempre fermata per una questione etica, ma soprattutto metodologica. Il paziente deve essere sempre libero di decidere cosa racconta e mostra al suo analista. Decide consapevolmente o meno cosa occultare e cosa svelare e questo fa parte del gioco, è essenziale nella terapia ed è irrinunciabile per la sua libertà. Andare a vedere la pagina Facebook di un paziente sarebbe come ‘spiarlo’ per strada quando non pensa di essere visto, ascoltare le telefonate che fa con un amico, oppure farsi raccontare delle cose su di lui da qualcun altro”.  Leggi Tutto